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giovedì 10 settembre 2015

JOBS ACT: RAZIONALIZZAZIONE DELLE INTEGRAZIONI SALARIALI

Nel decreto attuativo del Jobs Act, viene prevista una revisione della durata massima complessiva delle integrazioni salariali: per ciascuna unità produttiva, il trattamento ordinario e quello straordinario di integrazione salariale non possono superare la durata massima complessiva di 24 mesi in un quinquennio mobile. Utilizzando la CIGS per causale contratto di solidarietà tale limite complessivo può essere portato a 36 mesi nel quinquennio mobile, perché la durata dei contratti di solidarietà viene computata nella misura della metà per la parte non eccedente i 24 mesi e per intero per la parte eccedente.
Quindi semplificazioni per la richiesta dalla Cigo e sulla Cigs in particolare semplificazioni nella consultazione sindacale:
“all’atto della comunicazione alle associazioni sindacali, viene meno l’obbligo per l’impresa di comunicare i criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere e le modalità di rotazione;
per quanto riguarda i criteri di scelta e rotazione, viene stabilito che la congruità dei criteri di scelta si valuta sulla coerenza con le ragioni per cui viene richiesto l’intervento;
vengono abrogate le norme sulla rotazione, complicatissime e di difficile attuazione, e le sanzioni che ne conseguivano. D’ora in poi, le sanzioni (semplificate) si applicano solo per il mancato rispetto delle modalità di rotazione concordate nell’esame congiunto”.
Nelle procedure e nei tempi:
“sarà possibile richiedere CIGS per tutto il periodo necessario (direttamente 24 mesi per riorganizzazione).
Per i contratti di solidarietà (che diventano una causale di CIGS, prendendone tutte le regole), anche 36 mesi  di fila in presenza di determinate condizioni.
La CIGS parte 30 giorni dopo la domanda (per le richieste presentate a decorrere dal 1 novembre 2015)”.
Inoltre utilizzando la CIGS per causale contratto di solidarietà tale limite complessivo può essere portato a 36 mesi nel quinquennio mobile, perché la durata dei contratti di solidarietà viene computata nella misura della metà per la parte non eccedente i 24 mesi e per intero per la parte eccedente. L’intervento straordinario di integrazione salariale può essere concesso per una delle seguenti tre causali:
riorganizzazione aziendale (che riassorbe le attuali causali di ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale), nel limite di 24 mesi in un quinquennio mobile;
crisi aziendale, nel limite di 12 mesi in un quinquennio mobile. A decorrere dal 1° gennaio 2016, non può più essere concessa la CIGS nei casi di cessazione dell’attività produttiva dell’azienda o di un ramo di essa. Viene previsto tuttavia un fondo di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018, che consente la possibilità di autorizzare, previo accordo stipulato in sede governativa, un ulteriore intervento di integrazione salariale straordinaria per una durata massima rispettivamente di dodici mesi nel 2016, nove nel 2017 e sei nel 2018, qualora al termine del programma di crisi aziendale l’impresa cessi l’attività produttiva, ma sussistano concrete prospettive di rapida cessione dell’azienda e di un conseguente riassorbimento occupazionale;
contratto di solidarietà, sino a 24 mesi in un quinquennio mobile, che possono diventare 36 se l’impresa non utilizza CIGO o altre causali di CIGS nel quinquennio. Gli attuali contratti di solidarietà di tipo “A”, previsti per le imprese rientranti nell’ambito di applicazione della CIGS, diventano quindi una causale di quest’ultima e ne mutuano integralmente le regole in termini di misura della prestazione e di contribuzione addizionale. La riduzione media oraria non può essere superiore al 60 per cento dell’orario giornaliero, settimanale o mensile dei lavoratori interessati al contratto di solidarietà. Viene inoltre previsto, a tutela del lavoratore, che per ciascun lavoratore, la percentuale di riduzione complessiva dell’orario di lavoro non può essere superiore al 70 per cento nell’arco dell’intero periodo per il quale il contratto di solidarietà è stipulato.

sabato 5 settembre 2015

CAPIRE IL JOBS ACT: SI POTRANNO CEDERE FERIE A COLLEGA CON IL FIGLIO MALATO

I lavoratori potranno cedere, a titolo gratuito, a colleghi (dipedenti dallo stesso datore di lavoro), i riposi e le ferie maturate, per assistere figli minori che, per particolari condizioni di salute, hanno bisogno di assistenza e cure costanti da parte dei genitori. E' quanto prevede il decreto attuativo del jobs act, in "Disposizioni di razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunita'", approvato ieri dal Consiglio dei ministri. La cessione potra' avvenire pero' solo tra lavoratori che svolgono mansioni di pari livello e categoria, escludendo i giorni di riposo e di ferie minimi garantiti dalla legge. Inoltre, i datori di lavoro privati potranno assumere i lavoratori con disabilita' mediante la richiesta nominativa ma non potranno effettuare l'assunzione diretta. E' quanto prevede il decreto attuativo del Jobs act, relativo alla razionalizzazione e semplificazione di procedure e adempimenti, "in linea - spiega il testo - con quanto richiesto dal Parlamento". Potranno quindi essere assunti solo lavoratori disabili inseriti nelle apposite liste. L'incentivo per il datore di lavoro per le assunzioni di disabili sara' corrisposto direttamente dall'Inps mediante conguaglio nelle denunce contributive mensili. Gli incentivi saranno rafforzati, con una durata piu' lunga in caso di assunzione di persone con disabilita' intellettiva e psichica.


sabato 25 luglio 2015

RATIFICATO A PALAZZO CHIGI L'ACCORDO QUADRO WHIRLPOOL DEL 2 LUGLIO

E alla fine vissero tutti felici e contenti... Questo potrebbe essere l'incipit dell'happy ending di ieri, andato in scena a Palazzo Chigi, sede del Governo italiano, dove davanti ai segretari nazionali di Fim, Fiom, Uilm e Ugl, Bentivogli, Landini, Palombelle e Spera e una rappresentanza del coordinamento delle Rsu, al presidente del Consiglio Matteo Renzi, al Ministro dello sviluppo economico Federica Guidi, al sottosegretario al lavoro Teresa Bellanova, ai presidenti delle regioni sulle quali insistono le fabbriche del colosso americano del bianco, tra i quali Ceriscioli per le Marche, Maroni per la Lombardia,  De Luca per la Campania, c'è stata la ratifica definitiva, dopo il referendum tra i lavoratori, dell'accordo quadro sul piano di integrazione, tra la stessa Whirlpool ed il perimetro industriale italiano, acquisito dopo aver comperato, più o meno un anno fa la Indesit Company. Un atto dai notevoli risvolti massmediatici, ma la consapevolezza che la parte più difficile e complicata sarà l'implementazione, la tramutazione in concreto di quanto contenuto nell'accordo quadro del 2 luglio scorso e come detto validato ampiamente dal referendum tra i lavoratori di tutti i siti operai e impiegatizi presenti nella penisola. "L'Italia è centrale nel piano Whirlpool per il mediterraneo (zona Emea)", ha dichiarato nei giorni scorsi Esther Berrozpe, presidente dal 2013 di Whirlpool Emea e la zona Emea, è ritenuta strategica ma debole rispetto ad altre, come ad esempio il Nord America ed il rilancio passa attraverso l'Italia come detto dove sono collocati il maggior numero di stabilimenti, che con 7000 dipendenti sui 26 mila totali, producono 8 milioni di pezzi annui, pari ad un terzo circa dei globali (23 milioni). Dei pezzi usciti dai siti italiani, il 30% sono commercializzati in Italia ed il restante 70 % esportati. L'Italia rappresenta un mercato da 7,5 milioni di pezzi prodotti l'anno (nel 2014 crescita del 2,3%, primo dato positivo dal 2007). Ed ora quindi il via all'integrazione fra Whirlpool e Indesit, che dovrebbe avvenire entro due anni, allorquando ci sarà un'azienda unica, completamente integrata.



LA RATIFICA DELL'ACCORDO WHIRLPOOL, PICCOLO ALBUM FOTOGRAFICO DA YOUREPORTER

mercoledì 25 febbraio 2015

DAL 1° MARZO IL TFR IN BUSTA PAGA, UN OPZIONE CHE NON...PAGA...

Dal 1° marzo prossimo, quindi tra pochi giorni scatterà l'operazione Tfr in busta paga. Ma monetizzare il Tfr in busta paga non sembra proprio essere un buon affare. Su un reddito di 23mila euro, che è poi quello medio da lavoro dipendente, in termini di imposte ci si rimetteranno 330 euro rispetto alla più favorevole tassazione degli accantonamenti per il fine rapporto.
Il vantaggio è ovviamente quello di avere più liquido in tasca: 97 euro mensili per chi ne guadagna 23mila l’anno, 105 per chi ne prende 25mila, 125 per chi ha un reddito di 35 mila, mentre la busta paga lievita solo di 76 euro per chi non va oltre i 18mila euro annui.
Ma al posto della più favorevole tassazione separata che regola sia l’anticipo che la liquidazione del Tfr, la sua erogazione mensile comporta l’applicazione della assai meno favorevole aliquota marginale Irpef. Ad esempio un reddito di 35mila euro su un Tfr annuo di 1806 euro pagherà il 38% di Irpef anziché il 25,3, uno di 23 mila vedrà invece i 1209 euro l’anno di trattamento fine rapporto tassati al 27 anziché al 23,9%. In soldoni la tassazione ordinaria sarà mediamente più pesante di 50 euro per un reddito medio di 23mila, con punte di 307 euro per che sta sui 35mila euro di reddito. Come se non bastasse il Tfr in busta paga, cumulandosi con il reddito prodotto in corso d’anno (80 euro di bonus esclusi), inciderà negativamente anche sulle detrazioni d’imposta, tipo no tax area, assegni e detrazioni per familiari a carico. Ad esempio il solito reddito medio di 23mila euro solo di detrazioni d’imposta ci rimetterà 280 euro, che cumulati ai 50 di maggiore Irpef fanno appunto 330 euro di tasse in più da pagare per incassare in anticipo 1.200 l’anno.
Ma a conti fatti, l’operazione non converrebbe neppure per le retribuzioni inferiori a 15 mila euro, quelle cioè che rientrano nel primo scaglione Irpef con aliquota del 23 percento, questo perché, con l’aumento del reddito conseguente all’anticipo del trattamento di fine rapporto nello stipendio, diminuirebbero le detrazioni da lavoro dipendente e quindi«l’aliquota effettiva sul Tfr in busta paga sarebbe del 27,5%», un livello superiore a quello stabilito dal regime di tassazione separata previsto per chi lascia il Tfr in azienda e lo ritira al momento del pensionamento(liquidazione) oppure per chi se lo fa anticipare per gli usi consentiti dalla legge(acquisto della casa, spese perla salute, eccetera).Per i redditi che arrivano fino a 15 mila euro infatti l’aliquota sarebbe intorno al 23%. E non scatterebbero le addizionali Irpef regionale e comunale, come invece sullo stipendio.
Ad ogni modo, aldilà delle considerazioni di opportunità o meno come bisogna fare qualora si fosse interessati all'opzione, che è un’opportunità temporanea (dura tre anni), non un obbligo, concessa ai soli dipendenti privati.
Cosa fare per richiedere il Tfr in busta paga.
1) Il lavoratore dipendente dovrà compilare il modello Quir in cui chiederà al proprio datore di lavoro di ricevere il tfr maturando in busta paga.
2) La richiesta potrà essere fatta partire dal 1° marzo. In ogni caso il lavoratore potrà chiedere il Tfr in busta in ogni momento nel corso dei tre anni in cui sarà in vigore (1 marzo 2015 – 30 giugno 2018).
3) Per le aziende con più di 50 dipendenti, l’erogazione dovrà cominciare entro il mese successivo alla richiesta del dipendente.
4) Per le imprese con meno di 50 dipendenti che dovranno rivolgersi all’apposito fondo bancario, tempi più lunghi: l’erogazione comincerà il mese successivo al via libera degli istituti di credito. Serviranno tre mesi.
Chi può accedere. Possono accedere alla richiesta di trasferimento in busta paga del Tfr solo i dipendenti del settore privato con un contratto in corso da almeno 6 mesi.
Chi non può accedere. Sono esclusi i dipendenti pubblici e i lavoratori di aziende in procedura concorsuale, in ristrutturazione del debito, con cassa integrazione straordinaria o in cig in deroga. Esclusi anche quei dipendenti che hanno utilizzato il Tfr maturato a garanzia di un finanziamento bancario.
 
(Confronto Tfr in busta paga e no)
 

mercoledì 7 gennaio 2015

TFR IN BUSTA PAGA, UNA SCELTA POCO CONVENIENTE....

Una delle norme più controverse e forse incomprensibili della Legge di stabilità è quella inerente alla possibilità di percepire il Tfr maturando, direttamente in busta paga ogni mese, piuttosto che accantonarlo per la pensione. Una misura messa in campo per cercare di rilanciare i consumi, fornendo una maggiore quantità di denaro nelle tasche di chi vi aderirà, ma che stando alle prime statistiche, non sembra avere molti consensi.
Comunque dopo l’approvazione della Legge di Stabilità 2015, si concretizza la possibilità di ottenere il Tfr in busta paga, per i lavoratori dipendenti. Il comma 26 dell’art. 1 della L. 190/2014 rende, infatti, operativa la possibilità, introdotta dalla L. 296/2006, per il lavoratore dipendente, del settore privato, di chiedere al proprio datore di lavoro la liquidazione in busta paga dell’importo mensile del Trattamento di Fine Rapporto, maturato ai sensi dell’art. 2120 del Codice Civile, per il periodo che va dal 1 Marzo 2015 al 30 Giugno 2018.
Fino al momento attuale, la possibilità di ottenere il Tfr in busta paga non era ancora esercitabile. In base alla riforma della previdenza complementare (D. Lgs. 252/2005) era possibile, dal 2007, solo destinare il Tfr a un fondo pensione integrativo, di natura complementare rispetto alla posiziomne pensionistica obbligatoria per legge presso l’INPS. Tale misura era stata messa in campo, soprattutto per offrire la possibilità di aumentare i trattamenti pensionistici, dopo il passaggio dal retributivo al sistema contributivo di calcolo della pensione che aveva ridotto notevolmente gli importi delle liquidazioni.
L’opzione resa operativa dalla legge di stabilità prevede che tutti i lavoratori soggetti a contratto di lavoro dipendente in un’azienda privata, con almeno sei mesi di servizio, possano scegliere di ricevere la loro quota mensile di trattamento di fine rapporto in busta paga. 
Sono però esclusi da questa possibilità:
i lavoratori agricoli e i lavoratori domestici;
i lavoratori delle aziende sottoposte a procedure concorsuali;
i lavoratori delle aziede in crisi (secondo i criteri dell’art. 4 L. 297/1982);
Il testo della Legge di Stabilità prevede che una volta manifestata la volontà di ricevere il Tfr in busta paga, l’opzione non possa essere modificata fino al 30 giugno 2018.
Tfr in busta paga: aspetti fiscali e reddituali
La quota mensile di trattamento di fine rapporto che il lavoratore deciderà di ricevere in busta paga, avrà i seguenti effetti ai fini fiscali:
sarà cumulata con il reddito percepito nello stesso periodo d’imposta;
sarà, quindi, soggetta a tassazione ordinaria;
inciderà sulla determinazione delle detrazioni d’imposta;
inciderà sulla determinazione degli assegni familiari;
inciderà sul nuovo Isee in vigore dal 2015;
La quota di Tfr ottenuta in busta paga non produrrà, invece, effetti su:
bonus 80 euro: in questo caso il reddito complessivo che si terrà in considerazione per l’assegnazione del bonus non considererà la quota di Tfr percepita;
contributi previdenziali: verranno comunque calcolati escludendo, dalla base imponibile, la quota di Tfr percepita;
Ora si dovranno attendere i decreti attuativi del Ministero dell’Economia per sciogliere alcune importanti questioni riguardanti il Tfr. L’opzione resa operativa dalla Legge di Stabilità, infatti, rischia di modificare le scelte precedenti, dal momento che la norma prevede che la scelta della monetizzazione può riguardare non solo la quota di Tfr maturata nel mese per il quale si percepisce la retribuzione ma anche la quota già destinata al fondo pensione.
In questo caso rimangono aperti dei conflitti con le norme precedenti, dal momento che le disposizioni del D. Lgs. 252/2005 prevedevano che la scelta del trasferimento del Tfr a un fondo pensionistico integrativo non fosse revocabile, se non in caso di riscatto totale della posizione pensionistica. 
Occorre inoltre ricordare che l’opzione sarà esercitabile anche dai lavoratori che stanno già versando il Tfr in un fondo di previdenza complementare: in questo caso, nel periodo compreso tra 1 Marzo 2015 e il 30 Giugno 2018, l’accantonamento al Fondo sarà costituito solo dal contributo del dipendente e del datore di lavoro mentre la quota mensile del Tfr verrà destinata alla busta paga del lavoratore stesso.

domenica 4 gennaio 2015

LA LEGGE DI STABILITA' 2015, CANCELLA LA PENALIZZAZIONE PER LA PENSIONE ANTICPATA PRIMA DEI 62 ANNI

È stata cancellata la penalizzazione, prevista dalla legge Fornero del 2011 per tutti quanti conseguiranno i requisiti per fruire della pensione anticipata dal 31/12/2014 alla fine del 2017. Sarà necessaria almeno la maturazione di 42 anni e 6 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 6 mesi di contributi per le donne.
Si tratta di una novità introdotta dall’articolo 1 comma 115 della Legge di Stabilità 2015, già approvata in forma definitiva. I precedenti dispositivi normativi avevano previsto delle penalizzazioni dell’1% per ogni anno di anticipo rispetto ai 62 anni di età per fruire della pensione anticipata e del 2% per ogni anno precedente al compimento dei 60 anni di età.
Le penalizzazioni non interessavano quanti disponevano dell’età contributiva di 42 anni e 6 mesi (nel caso di uomini) e 41 anni e 6 mesi (nell’eventualità di donne). Con l’approvazione della Legge di Stabilità 2015 si è verificato l’annullamento delle penalizzazioni dal 2015 al 2017.
Inps pensione anticipata e penalizzazioni: l’aspettativa di vista e i requisiti
Con l’incremento della speranza di vita, il requisito contributivo andrà ad aumentare già a partire dal 2016, quando l’accesso alla pensione anticipata sarà riservato a chi ha maturato almeno 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne, e 42 e 10 mesi per i lavoratori uomini.
Godranno di queste novità i lavoratori che hanno sostenuto periodi che in base all’attuale legislazione dovevano essere recuperati, quali, ad esempio, disoccupazione indennizzata, mobilità, cigs, maggiorazioni contributive da invalidità, congedi matrimoniali, scioperi e riscatto da contribuzione volontaria
Pensione anticipata senza penalizzazioni: per chi e per quanto?
Ma chi potrà realmente beneficiarne e soprattutto per quanto tempo? Vi è da dire che i requisiti pre-Fornero che permettevano ai lavoratori precoci di poter accedere alla pensione anticipata senza penalizzazione prima di aver maturato i 62 anni d’età scatterà nuovamente solo per coloro che accederanno alla quiescenza dal 1/1/2015 fino al 31/12/2017.  Per questi lavoratori sarà sufficiente aver maturato i requisiti contributivi richiesti per legge ossia 41 anni e 6 mesi per le donne e 42 anni e 6 mesi per gli uomini, che dal 2016 per effetto dell’innalzamento della speranza di vita dovranno essere 41 e 10 mesi per le donne e 42 e 10 mesi per gli uomini.
Pensione anticipata senza penalizzazione: cosa accadrà dopo il 2018?
La domanda é : che ne sarà di coloro che hanno già maturato i requisiti nel 2014 o di coloro che li matureranno nel 2018? per loro resteranno vigenti le penalizzazioni nell’ordine dell’1% da 60-62 anni e del 2% per ogni anno per coloro che hanno optato per l’opzione anticipata prima dei 60 anni? Si confida che l’esecutivo Renzi possa estendere la pensione anticipata senza penalizzazioni anche oltre il 2018, per coloro che sono già andati in pensione si starebbe valutando di azzerare le penalizzazioni a partire dal 2015. Il lavoratore interessato dovrebbe nel caso la misura passasse, fare apposita domanda all’Inps.
 
 
 

martedì 23 dicembre 2014

LA LEGGE DI STABILITA' PUNTO PER PUNTO

Ecco le misure principali in tema di lavoro, pensioni, previdenza, patronati, ammortizzatori sociali, imprese, famiglie, contenute nella legge di stabilità 2015, recentemente approvata in via definitiva. 
Lavoro
Jobs Act
- Commi 16 e seguenti deduzione dalla base dell’Irap dei costi relativi a tutto il personale assunto a tempo indeterminato; in agricoltura viene aggiunto anche quello relativo ai contratti a termine.
Come previsto nella legge delega del Jobs Act, sarà possibile la piena deducibilità, ai fini del calcolo dell’Irap, del costo del lavoro per tutti i lavoratori assunti contratto a tempo indeterminato, che diventerà contratto a tutele crescenti. Formula che così diventa più conveniente dei contratti a tempo determinato.
Ammortizzatori sociali
- Comma 83, aumento degli stanziamenti degli ammortizzatori sociali; la Camera ha aggiunto alle somme già stanziate 400 milioni di euro in due anni. Stanziati 400 milioni aggiuntivi per finanziare gli ammortizzatori sociali.
Province
Garantiti due anni di stipendi per tutti i dipendenti delle province in via di ricollocazione. Per i primi due anni i lavoratori delle Province saranno ricollocati in altri uffici pubblici di Comuni e Regioni. Poi, dal 2017, scatteranno le procedure di mobilità.
Tfr
- Comma 21, anticipazione TFR a tassazione ordinaria. Sarà possibile farsi anticipare per circa 3 anni la quota destinata al Tfr. Queste risorse vengono sottoposte a tassazione ordinaria e non più agevolata, sapendo ovviamente che così si crea un «buco» nell’accantonamento della pensione integrativa o della liquidazione.
Contrattazione di secondo livello
A favore della contrattazione di secondo livello vengono stanziati 30 milioni di euro in più.
Patronati
Il taglio delle risorse per i patronati viene ridotto a 35 milioni di euro. La riduzione, inizialmente fissata a 150 mln, era scesa a 75 milioni alla Camera e ora viene ulteriormente ritoccata.
Imprese
Taglio Irap per gli autonomi
Le imprese senza dipendenti potranno usufruire di un credito di imposta del 10% a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014. La misura riguarda 1,4 milioni di automi che, non avendo dipendenti, non possono dedurre dall’Irap il costo del lavoro e sarebbero dunque penalizzati dall’aumento dell’aliquota Irap dal 3,5% al 3,9% previsto dalla legge di stabilità.
Partite Iva e regime dei minimi
Se i redditi di impresa o di lavoro autonomo sono prevalenti rispetto a quelli di lavoro dipendente o pensione si può beneficiare di un regime forfettario con un’imposta sostitutiva al 15 per cento. Sotto il tetto dei 20mila euro complessivi non serve nemmeno la verifica. Sarà possibile utilizzare il regime dei «minimi» per i redditi cumulati fino a 20.000 euro. I contribuenti attualmente ai minimi possono però continuare a fruire del regime agevolato (5%) fino alla naturale scadenza (5 anni di attività o 35 anni d’età).
Misure per le imprese
A favore delle imprese arriva il bonus sulle assunzioni, l’estensione del fondo di garanzia per le piccole e medie imprese fino a 499 dipendenti, la possibilità di compensare crediti con la Pa e debiti col fisco, il raddoppio dei fondi della legge Sabatini bis che finanzia l’acquisto di beni strumentali.
Famiglie
- Commi 9 e 10, confermato il bonus di 80 euro che è reso strutturale.
80 euro e non solo
L’intervento più importante della manovra 2015 è la conferma del bonus Irpef da 80 euro per tutti i redditi sotto i 26mila euro. Questa misura dall’anno prossimo diventa «strutturale», stabile insomma, e pertanto dovrebbe essere progressivamente in grado di assolvere alla funzione per cui era stata introdotta, ovvero il rilancio dei consumi. Altri 80 euro/mese arriveranno alle famiglie con Isee inferiore a 25mila euro sotto forma di bonus-bebè per ogni figlio nato o adottato tra l’1.1.2015 ed il 31.12.2017. Sotto i 7 mila euro di Isee famigliare il bonus raddoppia. Solo per il 2015 sono stati poi stanziati 45 milioni per erogare un buono acquisto da 1000 euro a favore delle mamme con almeno 4 figli ed un Isee inferiore a 8500 euro.
Tasse
Casa
In attesa del varo della cosiddetta “local tax” destinata a riordinare la materia delle tasse sulla casa, è stata congelata la possibilità di aumentare ulteriormente le imposte che gravano sulla casa col cumulo di Tasi e Imu che avrebbe potuto arrivare anche al 6 per mille. Per la Tasi confermato il tetto del 2,5 per mille fissato per il 2014. Sul fronte delle detrazioni confermati sia il credito di imposta per i lavori pari al 50% di recupero abitativo e quello del 65% per interventi di efficientamento energetico, stesso “sconto” anche per gli interventi di prevenzione antisismica.
Pensioni
Tetto alle pensioni
Arriva un tetto pari all’80% dello stipendio sugli assegni futuri, compresi quelli in corso, per i lavoratori, compresi magistrati e professori, che potendo rimanere al lavoro oltre i 65 anni in assenza di correttivi avrebbero ottenuto pensioni pari al 110-120% del loro stipendio. Eliminate le penalizzazioni per chi anticipa il pensionamento avendo maturato 42 anni di contributi al 31 dicembre 2017 senza però aver compiuto 62 anni di età.
Colpite le pensioni integrative
Per effetto dell’aumento della tassazione a carico dei fondi pensione, salita dall’11,5 al 20%, e sulle casse di previdenza, il cui prelievo passa dal 20 al 26%, le pensioni integrative future saranno più magre. Soprattutto per quei lavoratori che decideranno di dirottare in busta paga il Tfr.
 

NEL LINK QUI SOTTO IL TESTO DELLA LEGGE DI STABILITA' - N° 2679-BIS( APPROVATA DEFINITIVAMENTE ALLA CAMERA):


mercoledì 17 dicembre 2014

PUBBLICATO IN GAZZETTA UFFICIALE IL JOBS ACT

Nella Gazzetta Ufficiale n. 290 del 15 dicembre 2014, è stata pubblicata la L. 10 dicembre 2014, n. 183, c.d. Jobs Act, contenente le deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attivita’ ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro. La legge è vigente dal 16 dicembre 2014, e contiene cinque deleghe legislative:
in materia di ammortizzatori sociali, finalizzata a razionalizzare le forme di tutela esistenti, differenziando l’impiego degli strumenti di intervento in costanza di rapporto di lavoro (Cassa Integrazione) da quelli previsti in caso di disoccupazione involontaria (ASpI). Lo scopo è quello di assicurare un sistema di garanzia universale per tutti i lavoratori, con tutele uniformi e legate alla storia contributiva dei lavoratori, nonché di razionalizzare la normativa in materia d’integrazione salariale;
in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive, avente lo scopo di riordinare la normativa in materia di servizi per il lavoro, per garantire la fruizione dei servizi essenziali in materia di politiche attive del lavoro su tutto il territorio nazionale, razionalizzando gli incentivi all’assunzione e all’autoimpiego e istituendo una cornice giuridica nazionale che faccia da riferimento anche per le normative regionali e provinciali. La delega prevede, in particolare, con l’obiettivo di unificare la gestione delle politiche attive e passive, l’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’occupazione (con competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive e ASpI, con il contestuale riordino degli enti operanti nel settore) e il rafforzamento dei servizi per l’impiego, valorizzando le sinergie tra servizi pubblici e privati; si prevedono, inoltre, la valorizzazione delle funzioni di monitoraggio e valutazione delle politiche attive per il lavoro e interventi di semplificazione amministrativa in materia di lavoro e politiche attive;
in materia di semplificazione delle procedure e degli adempimenti, per conseguire obiettivi di semplificazione e razionalizzazione delle procedure di costituzione e gestione dei rapporti di lavoro, al fine di ridurre gli adempimenti a carico di cittadini e imprese. In particolare, si vuole diminuire il numero di atti amministrativi inerenti il rapporto di lavoro, attraverso specifiche modalità;
in materia di riordino delle forme contrattuali e dell’attività ispettiva, finalizzata a rafforzare le opportunità d’ingresso nel mondo del lavoro e ai riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo, nonché a rendere più efficiente l’attività ispettiva. In particolare, si prevede la redazione di un testo organico di disciplina delle varie tipologie contrattuali (con possibilità di superamento di alcune di esse); la previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio; l’introduzione, anche in via sperimentale, del compenso orario minimo; la ridefinizione della disciplina vigente in materia di mansioni (con la possibilità di “demansionamenti”) e controllo a distanza dei lavoratori;
in materia di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro, avente lo scopo di garantire adeguato sostegno alla genitorialità e favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per la generalità dei lavoratori. A tal fine si prevede, in particolare, l’estensione del diritto alla prestazione di maternità alle lavoratrici madri cd. “parasubordinate”; l’introduzione di un credito d’imposta per le donne lavoratrici, anche autonome, che abbiano figli minori o disabili non autosufficienti (al di sotto di una determinata soglia di reddito individuale complessivo) e l’armonizzazione del regime delle detrazioni (dall’imposta sui redditi) per il coniuge a carico; la promozione del telelavoro; l’incentivazione di accordi collettivi volti a facilitare la flessibilità dell’orario di lavoro e l’impiego di premi di produttività; la possibilità di cessione dei giorni di ferie tra lavoratori per attività di cura di figli minori; la promozione dell’integrazione dell’offerta di servizi per le cure parentali forniti dalle aziende e dagli enti bilaterali nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona.
Ora non resta che attendere i relativi decreti attuativi e la tabella di marcia prevede che i primi dovrebbero arrivare nel Consiglio dei Ministri del 24 dicembre, vigilia di Natale, ma prima è previsto un incontro tra Governo e sindacati per il 19 dicembre, con l'obiettivo di partire  dal 1° gennaio 2015 con il contratto a tutele crescenti.
 
NEL LINK SOTTOINDICATO IL TESTO DEFINITIVO DEL JOBS ACT:
 

lunedì 24 novembre 2014

FIRMA PER DIFENDERE IL LAVORO DEI PATRONATI


In vista della discussione in aula del testo della Legge di Stabilità 2015 - l’arrivo alla Camera dei Deputati è previsto per il prossimo 24 novembre- prende corpo la mobilitazione dei patronati e delle organizzazioni dei lavoratori veneziane per modificarne la norma che prevede un drastico taglio (pari a oltre un terzo) delle risorse destinante all’attività di patronato.
I patronati CEPA (quelli collegati alle organizzazioni del lavoro, Inas Cisl, Inca Cgil, Ital Uil e Acli), rivendicano infatti il diritto per i cittadini di poter beneficiare gratuitamente della loro assistenza e tutela, una condizione che verrebbe di fatto cancellata dalla riduzione dei finanziamenti che- sottolineano- non è carico dello Stato ma di un fondo alimentato da una piccola quota (0,226) dei contributi previdenziali versati dai lavoratori dipendenti ed autonomi, che si vorrebbe portare allo 0,148% (-34,5%) Una posizione condivisa in pieno dalle organizzazioni sindacali che, a sostegno delle loro posizioni, fanno richiamo al dettato costituzionale.
L’attività dei patronati è cresciuta in modo esponenziali negli ultimi anni a seguito della progressiva riduzione degli sportelli al pubblico dell’Inps e dalla introduzione della telematica nella gestione di tutte le pratiche previdenziali ed assistenziali. “La sinergia tra patronati ed enti socio-assistenziali dovrebbe essere presa ad esempio come modello di efficienza, riduzione dei costi e qualità del servizio al pubblico da proporre a tutta la pubblica amministrazione”.
L’obiettivo è duplice: informare i cittadini sugli effetti nefasti che comporta la norma della Legge di Stabilità 2015 dove si prevede un taglio drastico delle risorse destinati al funzionamento gratuito ed universale dei patronati e raccogliere firme sulla petizione nazionale in cui si chiede al governo di ritirare questa scelta. Si tratta di una vera e propria campagna di sensibilizzazione, organizzata in modo unitario dai patronati aderenti al CEPA, che ha preso il via dopo che le voci sul taglio delle risorse del Fondo Patronati si sono tramutate nella peggiore delle ipotesi: il testo di legge inviato alle Camere prevede un secco – 35% già a partire da quest’anno che in euro si traduce in meno 150 milioni, dei 430 previsti annualmente. Vale la pena ricordare che l'attività dei patronati, fa risparmiare ogni anno alla pubblica amministrazione qualcosa come 657 milioni di euro. Pr ogni euro, erogato ai patronati la P.A. risparmia 0,53 €. Al fatto che in pochi anni i patronati hanno raddoppiato utenti e attività, concorrono più cause. La prima è che l’Inps ha ridotto notevolmente l’apertura dei propri sportelli al pubblico e ha informatizzato tutte le procedure, compresa la raccolta delle domande. Lo ha fatto per contenere i costi e aumentare la sua efficienza. Le persone si sono quindi rivolte ai patronati, più di prima. Abbiamo stimato che nel 2013 l’insieme dei patronati (sono almeno una ventina quelli con una presenza significativa) hanno avuto 14 milioni di contatti che corrispondono ad almeno 7-8 milioni di cittadini. Nel caso dell’Inas siamo passati dal milione e 100 mila del 2008 ai 2,2 milioni del 2013: un raddoppio dei contatti. Aggiungiamo che la crisi e gli interventi di riforma hanno dato luogo a due fenomeni contrapposti: meno domande di pensione (ma tanta richieste di informazioni in più) e aumento vertiginoso delle pratiche di assistenza sociale per i disoccupati.
Evidentemente però questa crescita da fastidio a quei  gruppi di interesse che puntano a fare pressione sull’opinione pubblica e sulla politica per ottenere un drastico taglio delle risorse destinate ai patronati. Certamente torneranno alla carica nei prossimi mesi, in prossimità delle manovre finanziarie del governo e dei provvedimenti della cd spending review.
Le argomentazioni di tali gruppo, sono infondate e gli obiettivi sono diversi da quelli dichiarati. Partiamo dalle argomentazioni. Dicono che i patronati sono i forzieri, il bancomat dei sindacati. Nulla di più lontano dalla realtà. Oggi i grandi patronati, come lo è l’Inas, fanno fronte al bisogno di assistenza delle persone grazie anche ad una rete di collaboratori messi a disposizione (compensi compresi) dai sindacati di riferimento. L’attività è stata raddoppiata grazie a loro, alla informatizzazione, ad una migliore organizzazione del lavoro e ad un forte aumento della produttività. Il finanziamento pubblico è già stato ridotto. L’obiettivo vero è quello di cancellare la gratuità di questi servizi, obbligare le persone a pagarsi l’assistenza e la tutela. Una ipotesi inaccettabile, proprio mentre il loro lavoro è visto in maniera positiva dai cittadini. Proprio per questo si vuole eliminarne la gratuità. Due anni fa un istituto di ricerca ha sondato l’opinione degli italiani sui patronati, Inas compreso. Il risultato ha sorpreso noi e pure i ricercatori: l’89% degli intervistati ha espresso un giudizio positivo se non lusinghiero sul modo con cui operiamo e non solo sulla gratuità ma anche, ad esempio, per il fatto che spesso, oltre che a fornire assistenza, i nostri operatori sono gli unici che ascoltano i loro problemi.
 

lunedì 3 novembre 2014

I FONDI PENSIONE BATTONO 6 A 1 IL TFR MA IL GOVERNO RENZI RISCHIA DI AFFONDARE IL SISTEMA

Nei primi nove mesi dell’anno si è attestato al 6% il rendimento medio offerto dai fondi pensione negoziali, aziendali o di categoria. I migliori rendimenti sono stati ottenuti dai comparti più aggressivi, tutti in doppia cifra. Il Tfr (il 6,91% della retribuzione lorda) nello stesso periodo ha reso invece l’1%, al netto dell’aliquota dell’ 11%: la liquidazione mantenuta in azienda si rivaluta con un tasso dell’1,5%, più il 75% dell’indice del costo della vita. La deflazione che caratterizza il nostro paese ha portato a un risultato cui non si assisteva da molti anni a questa parte: la rivalutazione del Tfr è stata ottenuta solo grazie alla quota fissa (appunto l’1,5%), rapportata ai primi nove mesi dell’anno.
Malgrado il ritocco (scattato il 24 giugno scorso) nella tassazione sulle performance, passata dall’11% all’ 11,5%, la previdenza integrativa conferma insomma il suo andamento positivo. E anche nel medio termine vince alla grande sul Tfr: fra il primo gennaio 2000 e il 30 settembre scorso, tutti i tre fondi chiusi maggiori esistenti all’inizio del periodo considerato hanno battuto nettamente il 47,5% della liquidazione. Il migliore è stato Fondenergia (energia e petrolio) con il 68,1%, seguito da Cometa (industria metalmeccanica e orafa) con il 61,5% e da Fonchim (chimica e farmaceutica) con il 59,5%.
Se i rendimenti ottenuti sono di tutto rispetto, però, la previdenza complementare stenta a decollare, anche a causa della crisi economica. In base ai dati della Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione, guidata da Rino Tarelli), al 30 giugno scorso gli aderenti erano 6,386 milioni (di cui 4,446 milioni dipendenti privati), grosso modo un lavoratore su quattro.
Ma all'orizzonte si sta prospettando una sorpresa negativa, un vero e proprio siluro lanciato dal governo Renzi verso il sistema previdenziale e che rischia di farlo affondare o quanto meno minarne le fondamenta. Evidentemente i consiglieri economici del premier non conoscono il senso del termine: "tasso di sostituzione", ossia quanto sarà la pensione che si percepirà rispetto all'ultimo stipendio. Ebbene le pensioni del futuro scenderanno dal 75-80% attuale dell'ultimo stipendio a cifre attorno al 50 - 55% e la necessità delle pensioni integrative per non fare la fame da vecchi, risulta essere un imperativo categorico per assicurarsi una quiescenza decente, piuttosto che avere pochi spiccioli da spendere oggi, magari per pagarci le bollette piuttosto che rilanciare i consumi....
La bozza della legge di Stabilità prevede, però, due misure che rischiano di compromettere lo sviluppo di un sistema che per milioni di lavoratori sarà sempre più necessario: la prima è la possibilità, anche per gli iscritti ai fondi pensione, di ottenere in busta paga per tre anni l’accantonamento futuro del Tfr, che rappresenta la principale fonte di contribuzione. La seconda è un balzo in avanti (dall’attuale 11,5% al 20%) della tassazione sui rendimenti annuali degli strumenti previdenziali. L'operazione per trasferire il Tfr in busta paga - così come riferisce la bozza del governo - partirà dal primo marzo 2015 e sarà attuata fino al 30 giugno 2018 in via sperimentale. I lavoratori dipendenti del settore privato potranno quindi ricevere il contributo del trattamento di fine rapporto insieme al proprio stipendio. I beneficiari saranno coloro che, prima di tutto lo richiederanno,ma che dovranno avere un rapporto di lavoro da almeno sei mesi presso lo stesso datore. Inoltre la parte integrativa della retribuzione sarà tassata e non imponibile a fini previdenziali. La richiesta volontaria è irrevocabile fino al 30 giugno 2018.
Se saranno confermate, e la bozza del governo non subirà modifiche in Parlamento da qui a dicembre, queste due misure rappresenteranno una pesante ipoteca sullo sviluppo del settore. Un brusco stop allo sviluppo della previdenza complementare, inoltre, avrebbe un altro, pesante effetto collaterale. «I rendimenti positivi sono stati ottenuti grazie a scelte gestionali molto prudenziali, che hanno privilegiato soprattutto i titoli di Stato dell’area dell’euro. I fondi pensione hanno aumentato gli investimenti nell’economia italiana, in particolare nelle piccole e medie imprese; un rallentamento nella crescita dei patrimoni rischia di rallentare questo processo».

venerdì 10 ottobre 2014

.....E QUESTE LE PROPOSTE DELLA CISL SUL JOBS ACT

JOBS ACT, ECCO I PUNTI SALIENTI....

Ecco le misure principali del Jobs Act dopo la fiducia ricevuta al Senato, anche se per alcuni provvedimenti gli effetti non saranno tangibili prima di sei mesi, ossia quando saranno emanati i decreti attuativi.
 AI NEOASSUNTI SOLO INDENNIZZO PER LICENZIAMENTI ECONOMICI
 Per i nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, si va all'eliminazione del reintegro per i licenziamenti economici, che viene sostituito dal solo indennizzo «certo» e crescente, appunto, con l'anzianità.
 SÌ REINTEGRO PER DISCIPLINARI GRAVI
 Sì alla possibilità del reintegro, invece, per i licenziamenti ingiustificati di natura disciplinare «particolarmente gravi», le cui fattispecie saranno poi specificate nel decreto delegato. Sempre per i neoassunti.
 NON SI TOCCA PER I DISCRIMINATORI. Come più volte ribadito, il reintegro previsto dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori resta per i licenziamenti discriminatori.
 CONTRATTI STABILI MENO COSTOSI. Nel maxi-emendamento presentato dal governo si punta a promuovere il contratto a tempo indeterminato «come forma privilegiata» rendendolo «più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti». Il ministro Poletti sottolinea in particolare l'obiettivo che quello a tutele crescenti «costi meno, sia più attrattivo e contenga meno incertezze e, quindi, incentivi l'imprenditore ad investire e assumere di più».
MENO TIPOLOGIE, STOP CO.CO.PRO. La scelta è per un «drastico» riordino delle tipologie contrattuali, con l'abolizione delle forme «più permeabili agli abusi e più precarizzanti, come i contratti di collaborazione a progetto». Il fine è definire un Testo organico semplificato dei contratti e rapporti di lavoro.
 CAMBIARE MANSIONI SI PUÒ MA SALARIO NON SI TOCCA
 Sì alla revisione delle mansioni del lavoratore (altro punto regolato fino ad oggi dallo Statuto dei lavoratori all'articolo 13) in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale su «parametri oggettivi», per «la tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita» ma anche «economiche», con limiti alla modifica dell'inquadramento. E quindi al demansionamento.
 ANCHE CONTRATTAZIONE AZIENDALE PUÒ INTERVENIRE
 Nella revisione delle mansioni anche la contrattazione aziendale e territoriale può individuare «ulteriori ipotesi».
PER VOUCHER RESTA TETTO 5MILA EURO. Il ricorso ai voucher viene esteso ma torna il tetto dei 5mila euro l'anno, elevato nel testo di partenza della delega sul lavoro.
 1,5 MLD PER NUOVI AMMORTIZZATORI
 Il Governo assume l'impegno a finanziare con 1,5 miliardi aggiuntivi i nuovi ammortizzatori sociali. L'obiettivo è di estenderli. In tutto sul piatto ci sono 11-12 miliardi, come spiegato dal responsabile economico del Pd Filippo Taddei, e tutele per un milione di persone in più. Si punta anche sulle politiche attive e su una maggiore tutela della maternità.
 SALARIO MINIMO, ANCHE A COLLABORATORI. Resta l'obiettivo di introdurre «eventualmente anche in via sperimentale» il compenso orario minimo anche per i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti nazionali.
 FERIE SOLIDALI. Confermata la possibilità per il lavoratore che ha un plus di ferie di cederle a colleghi che ne abbiano bisogno per assistere figli minori che necessitano di cure.
 CONTRATTI SOLIDARIETÀ 'ESPANSIVÌ PER MAGGIORE OCCUPAZIONE
 Si punta a semplificare e ad estendere il campo di applicazione dei contratti di solidarietà potenziandone l'utilizzo in chiave «espansiva», per aumentare cioè l'organico riducendo l'orario di lavoro e la retribuzione del personale.