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domenica 22 luglio 2018
SEI UN LAVORATORE SOMMINISTRATO IN UN'AZIENDA METALMECCANICA? QUESTO POTREBBE INTERESSARTI !!!
Etichette:
cisl,
FELSA CISL,
METALMECCANICO,
SOMMINISTRATO
Ubicazione:
60044 Fabriano AN, Italia
sabato 4 ottobre 2014
mercoledì 1 ottobre 2014
LA GRANDE BELLEZZA....
La grande bellezza, titolo del film di Paolo Sorrentino, premio Oscar, come ossimoro della condizione dell'industria metalmeccanica italiana, motore del boom economico degli anni '60, oggi in preda ad un vero e proprio "sboom" nel mare magnum della globalizzazione imperante. Ma la Fim-Cisl non ci stà più a subire questa situazione, rifuggendo dai palcoscenici televisivi dei talk-show, ormai sempre più show che talk, dove il chiacchiericcio si rincorre dietro questo o quell'argomento, tutti importanti per carità, ma distanti anni luce dalle reali esigenze dei cittadini e dei lavoratori. E la manifestazione della Fim-Cisl nel cuore di Roma, davanti ai palazzi del potere, dove le storie dolorose di 32 lavoratori, facevano da controcanto ai tanti turisti soprattutto stranieri, presenti a Roma, è la dimostrazione di chi vuole scuotersi da questo torpore asfittico. E così l'industria, di fronte all'inconcludenza asfittica di una classe politica sempre più narcisista, che sta ballando sul Titanic, ha perso competitività e peso, anche perché il sistema paese ha preferito premiare le rendite finanziarie e le delocalizzazioni, a danno di chi produce ricchezza in virtù dell'economia reale. E nonostante tutto l'industria metalmeccanica tricolore è la seconda in Europa dietro la locomotiva germanica. Basti pensare alle vicissitudini del settore dell'elettrodomestico in Italia, una volta superpotenza del settore ed ora semplice comparsa, paradigma dell'industria metalmeccanica italiana, dove si sono inseguite tante chiacchiere e nessun fatto, con la politica ed il Governo che non sono riusciti a dare vita ad un tavolo permanente sulla crisi di questa filiera, secondo settore per occupati in Italia, dietro l'automotive, con il risultato, questo si concreto, di vedere le migliori aziende del Belpaese nel migliore dei casi passare sotto mani straniere, come accaduto a luglio alla Indesit.
Ma la migliore soluzione quale è? Così come fanno certi animali per rifuggire dai predatori, si crea il polverone per confondere le idee all'avversario e qualcuno per giunta ci casca pure... E quindi invece di sfruttare il poco tempo a disposizione per cercare di cambiare l'inerzia di un destino che appare segnato, quello dell'industria metalmeccanica italiana, si preferisce scatenare un putiferio intorno al totem dell'articolo 18, pur sapendo che esso, essendo passati oltre quaranta anni dalla sua stesura, non creerà ne farà perdere un solo posto di lavoro. I lavoratori sono licenziati si, ma perché purtroppo le aziende spariscono e forse qualcuno, preso da vecchie liturgie degli anni settanta, di questo non se ne è accorto, con la speranza che alla fine paghi sempre pantalone, ma questa volta non è così. Se non ci sarà una politica industriale che metta in campo risorse e strategie di lungo termine, sarà difficile se non impossibile uscire dalle sabbie mobili che hanno affossato il Belpaese e la sua economia a livello terzomondistico. Non si può più contare in quel mix di interventismo politico, liturgie sindacali, burocrazia, autolesionismo, capitalismo di relazione, ecc... per risollevare le sorti dell'industria italiana, per la quale il termine "game over" si avvicina sempre di più. Le forzature del Governo e il ricorso allo sciopero sull’articolo 18, oltre ad apparire quanto meno fuori luogo, riporterebbe il Paese venti anni indietro e non servirebbe a creare nuovo lavoro, né al Governo ad ottenere “benevolenza” in Europa, farebbe solo la fortuna dei soliti noti, nostalgici degli anni ’70, presenti nel sindacato e tra le file del Governo.
Non sono le regole sul mercato del lavoro né tantomeno la soppressione dell’articolo 18 che potranno rilanciare l’economia e l’industria e far crescere il lavoro.
Il Governo deve cambiare agenda e priorità e mettere al centro della sua azione il rilancio degli investimenti e dell’industria nel nostro Paese, l’unica e concreta condizione per superare le tante crisi aziendali, far ripartire la crescita e dare speranza di nuovo lavoro ai giovani.
Non sono le regole sul mercato del lavoro né tantomeno la soppressione dell’articolo 18 che potranno rilanciare l’economia e l’industria e far crescere il lavoro.
Il Governo deve cambiare agenda e priorità e mettere al centro della sua azione il rilancio degli investimenti e dell’industria nel nostro Paese, l’unica e concreta condizione per superare le tante crisi aziendali, far ripartire la crescita e dare speranza di nuovo lavoro ai giovani.
lunedì 29 settembre 2014
SVEGLIA GOVERNO!!! SVEGLIA POLITICA!!! DOMANI A ROMA LA FIM DELLA INDESIT CI SARA"!!!
Anche una discreta delegazione di metalmeccanici della Indesit di Melano e Albacina sarà domani a Roma, all’iniziativa organizzata dalla Fim Cisl nazionale per richiamare il Governo Renzi sulla priorità del rilancio dell’industria manifatturiera ed in specifico di quella metalmeccanica.
E' ovvio che senza un rilancio dell’industria metalmeccanica difficilmente ci sarà un’inversione di tendenza alla crisi attuale, anche se la boutade attuale ruota intorno alla inutile e retorica discussione sull'abolizione o meno dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Sono urgenti misure da tempo indicate dalla Fim e dalla Cisl: riduzione dei costi dell’energia, riduzione del costo del lavoro attraverso la leva fiscale, incentivazione ricerca e sviluppo di nuovi prodotti e processi, che sono alcuni degli interventi in grado di incidere su variabili di costo fondamentali delle imprese manifatturiere metal meccaniche e non solo.
Se alcune di queste misure saranno effettivamente messe in campo utilizzando le risorse recuperabili dalla lotta agli sprechi ed alla evasione, ben venga allora anche l’intervento sul mercato del lavoro. Ma di tempo a disposizione ce ne è sempre di meno prima che il processo di deidustrializzazione risulti irreversibile e quindi è veramente l'ora che il Governo e la politica se ne ha la forza e la capacità, dettino le linee guida per il rilancio.
giovedì 25 settembre 2014
SVEGLIA GOVERNO!!!!! SVEGLIA POLITICA!!!! ORA BASTA!!!!
MANIFESTAZIONE PRESIDIO DELLA FIM-CISL DAVANTI A PALAZZO CHIGI DEL 30 SETTEMBRE PER DARE UNO SCOSSONE AL GOVERNO E ALLA POLITICA RICHIAMANDOLA AD ASSIUMERSI LE RESPONSABILITA' SUI TEMI CONCRETI COME IL RILANCIO DEL LAVORO, PIUTTOSTO CHE RINCORRERE FETICCI E DEMAGOGIE CHE NON CREANO OCCUPAZIONE, MA CHE LACERANO INUTILMENTE IL FRONTE SOCIALE.
SVEGLIA GOVERNO!!!!
SVEGLIA POLITICA!!!!
ORA BASTA!!!!
giovedì 4 settembre 2014
ASSENZE TATTICHE DAL LAVORO: SECONDO LA CASSAZIONE LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO
Allungare le ferie, un week end, un ponte festivo con la malattia? Attenzione, potrebbe scattare il licenziamento. Secondo, infatti, una sentenza (numero 18678) della Cassazione di oggi, l’assenteista tattico che – guarda caso – si ammala puntualmente prima o dopo i giorni di riposo lede, così facendo, il rapporto di fiducia col suo datore e, pertanto, compie una di quelle condotte talmente gravi da giustificare il recesso dal rapporto di lavoro (con preavviso). E ciò vale anche se il periodo di comporto relativo alla malattia non è stato ancora superato. Scatta il licenziamento per giustificato motivo soggettivo quando la prestazione lavorativa non è adeguata e non fornisce utilità all’azienda, a causa della mancata presenza in servizio per un paio di giorni al mese, che crea malcontento fra i colleghi costretti alle sostituzioni.
Scarso rendimento punito
Chi cade puntualmente malato in occasione del week end, delle festività o di altre ricorrenze solo allo scopo di allungare i giorni di riposo o fare altrettanti “ponti” penalizza l’organizzazione aziendale. La malattia “a macchia di leopardo”, strategicamente agganciata alle feste comandate rende il dipendente non più proficuamente utilizzabile da parte del datore. La sua condotta, dunque, integra i presupposti richiesti dalla legge, secondo cui “il licenziamento per giustificato motivo con preavviso è determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro oppure da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”.
Il licenziamento è deciso dall’azienda per ragioni tecniche: non viene in rilievo la malattia, ma la quantità di assenze che, pure incolpevoli, danno luogo a uno scarso rendimento del dipendente e finiscono col danneggiare la produzione aziendale per via degli scompensi organizzativi.
La Cassazione ha quindi confermato il licenziamento intimato all'uomo da un'azienda di materiale edile della provincia di Chieti. La corte d'appello de l'Aquila aveva, infatti, accertato, ascoltando come testimoni i colleghi, le assenze sistematiche, per «un numero esiguo di giorni», ma «reiterate», a «macchia di leopardo» e «costantemente agganciate» ai giorno di riposo.
La Corte ribadisce sì che «il datore di lavoro non può recedere dal rapporto prima del superamento del limite di tollerabilità dell'assenza», tuttavia in questo caso le assenze per malattia assumono rilevo per la prestazione lavorativa «inadeguata sotto il profilo produttivo e pregiudizievole per l'organizzazione aziendale». Infatti, spiega la Corte, le assenze «comunicate all'ultimo momento determinavano la difficoltà, proprio per i tempi particolarmente ristretti, di trovare un sostituto», considerando che le assenza si verificavano soprattutto in coincidenza «del fine settimane o del turno di notte».
Scarso rendimento punito
Chi cade puntualmente malato in occasione del week end, delle festività o di altre ricorrenze solo allo scopo di allungare i giorni di riposo o fare altrettanti “ponti” penalizza l’organizzazione aziendale. La malattia “a macchia di leopardo”, strategicamente agganciata alle feste comandate rende il dipendente non più proficuamente utilizzabile da parte del datore. La sua condotta, dunque, integra i presupposti richiesti dalla legge, secondo cui “il licenziamento per giustificato motivo con preavviso è determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro oppure da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”.
Il licenziamento è deciso dall’azienda per ragioni tecniche: non viene in rilievo la malattia, ma la quantità di assenze che, pure incolpevoli, danno luogo a uno scarso rendimento del dipendente e finiscono col danneggiare la produzione aziendale per via degli scompensi organizzativi.
La Cassazione ha quindi confermato il licenziamento intimato all'uomo da un'azienda di materiale edile della provincia di Chieti. La corte d'appello de l'Aquila aveva, infatti, accertato, ascoltando come testimoni i colleghi, le assenze sistematiche, per «un numero esiguo di giorni», ma «reiterate», a «macchia di leopardo» e «costantemente agganciate» ai giorno di riposo.
La Corte ribadisce sì che «il datore di lavoro non può recedere dal rapporto prima del superamento del limite di tollerabilità dell'assenza», tuttavia in questo caso le assenze per malattia assumono rilevo per la prestazione lavorativa «inadeguata sotto il profilo produttivo e pregiudizievole per l'organizzazione aziendale». Infatti, spiega la Corte, le assenze «comunicate all'ultimo momento determinavano la difficoltà, proprio per i tempi particolarmente ristretti, di trovare un sostituto», considerando che le assenza si verificavano soprattutto in coincidenza «del fine settimane o del turno di notte».
martedì 12 agosto 2014
STRUMENTI PER CAPIRE - FERIE E MALATTIA
Cosa succede se ho un evento morboso, sia esso malattia o infortunio durante il periodo delle ferie, quindi non sul lavoro?
Dal rinnovo del contratto del luglio 1994, si è stabilito che la malattia insorta durante il periodo di ferie consecutive di cui al settimo comma dell'art. 10, Sezione quarta, Titolo III, ne sospende la fruizione nelle seguenti ipotesi:
•a) malattia che comporta ricovero ospedaliero per la durata dello stesso;
•b) malattia la cui prognosi sia superiore a sette giorni di calendario.
L'effetto sospensivo si determina a condizione che il lavoratore assolva agli obblighi di comunicazione, di certificazione e di ogni altro adempimento necessario per l'espletamento della visita di controllo dello stato d'infermità previsti dalle norme di legge e dalle disposizioni contrattuali vigenti.
Quindi la procedura da seguire è la medesima di un evento di malattia insorto durante un qualsiasi periodo dell'anno e vale a dire:
Avvertire l’azienda (anche telefonicamente , comunicando Nome e Cognome e numero di protocollo del certificato di malattia se ne è già in possesso).
Inviare il certificato medico ondine tramite il medico di famiglia, entro massimo il secondo giorno sia all’ azienda e all’INPS.
Comunicare all’azienda il cambiamento di residenza o domicilio e ad assicurarsi che sul certificato medico sia segnata con esattezza il domicilio presso il quale il lavoratore si trova durante il periodo di malattia. Inoltre in caso di visita medica presso le strutture pubbliche durante il decorso della malattia avvisare sempre l’Azienda/Inps e dopo la visita farsi certificare dal medico competente l’avvenuta visita.
Fasce di reperibilità
Dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 19.00
Fasce di reperibilità
Dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 19.00
mercoledì 14 agosto 2013
IL GRANDE AMORE DELLE IMPRESE PER IL CONTRATTO DI SOLIDARIETA'
UNO DEI MOTIVI DEL CONTENDERE DELLA VERTENZA INDESIT COMPANY E DEI QUALI SI E' MOLTO PARLATO, E' STATO IL RICORSO O MENO AI CONTRATTI DI SOLIDARIETA'. UNO STRUMENTO NEANCHE TANTO MALVAGIO, MA CHE PER I 1425 LAVORATORI "ESUBERI", DICHIARATI DALL'AZIENDA DI FABRIANO, PER COME E' CONGEGNATO IL PIANO DI RIORGANIZZAZIONE E SALVAGUARDIA, SAREBBE SOLO UN RINVIARE NEL TEMPO LO SPETTRO DELLA PERDITA DEL POSTO DEL LAVORO E NIENTE ALTRO.
EPPURE TANTE AZIENDE, HANNO FATTO O FANNO RICORSO SEMPRE PIU ASSIDUAMENTE A QUESTO STRUMENTO; CERCHIAMO DI SCOPRIRE IL PERCHE' ATTRAVERSO UN RECENTE ARTICOLO DE "IL FATTO QUOTIDINANO".
Si riducono le ore lavorate e (un po') gl istipendi per evitare licenziamenti e cassa integrazione, ma spesso le imprese ne approfittano. Le richieste per il 2013 hanno già superato di gran lunga quelle per l'intero 2012. Sono 32mila le persone coinvolte per evitare tagli al personale. Il conto è già arrivato a 41 milioni I dati del ministero del Lavoro parlano chiaro. In tutto il 2012 ne sono stati stipulati 437. Nel 2013, al 24 maggio, i contratti di solidarietà firmati da aziende, governo e sindacati sono già 277. Se si va avanti a questo ritmo chiuderemo l’anno con circa 700 accordi di taglio dell’orario di lavoro e della retribuzione. Proiettando gli oneri per lo Stato su tutto l’anno si potrebbe arrivare a 100-105 milioni, quasi pari alla spesa totale dei cinque anni precedenti, 110 milioni. Basta scorrere le cronache degli ultimi giorni per capire la galoppata: 32 mila in solidarietà a Telecom Italia, e tavoli sindacali aperti nei settori più disparati. È tutto un solidarizzare, dai 2 mila impiegati Alitalia (che ne ha già lasciato 7 mila in cassa integrazione) alle migliaia dei call center Almaviva, dai 730 informatori scientifici della Menarini ai 1300 delle librerie Feltrinelli, dai telefonini Vodafone alla meccanica di precisione della Saes Getters. Poi c’è l’Ilva di Taranto, che sta gestendo con la solidarietà estesa a quasi tutti gli 11 mila dipendenti le fermate degli impianti per gli interventi ambientali. All’esercito crescente dei “lavorare meno lavorare tutti” sta per aggiungersi l’ondata dei bancari, a cui ha alluso il governatore di Bankitalia Ignazio Visco nelle sue “Considerazioni finali” del 31 maggio, quando ha parlato della necessità per il settore di “misure anche di natura temporanea, per ridurre le spese per il personale”. E infine sarà la volta dell’Enel, che si presenta al banchetto della solidarietà a spese dello Stato dall’alto dei suoi 3,5 miliardi di utile. Perché tanto improvviso entusiasmo per l’ammortizzatore sociale soft? Nel fenomeno c’è qualcosa che non quadra: in qualche caso la sua esplosione appare riconducibile alla furbizia di imprese a caccia di scorciatoie per tonificare i bilanci. Il contratto di solidarietà ha indiscutibili vantaggi, ma anche zone d’ombra. Tra i primi c’è la difesa dei posti di lavoro. Il contratto di solidarietà è un’alternativa ai licenziamenti e alla cassa integrazione. Se si denuncia l’eccedenza del 10 per cento dei dipendenti, il contratto di solidarietà consente di ridurre a tutti l’orario di lavoro e il salario del 10 per cento, con identico effetto sul costo del lavoro. Lo Stato risparmia su cassa integrazione o sussidio di disoccupazione, si risparmia ai predestinati il trauma della perdita del lavoro, si evita il problema delle discriminazioni e ingiustizie varie al momento della compilazione delle liste di chi resta e di chi parte. Il sacrificio accettato da tutti i lavoratori per salvare il posto ai colleghi che sarebbero andati fuori, è compensato da un intervento pubblico, che restituisce al singolo lavoratore fino all’80 per cento del salario perso. Un salario netto da mille euro, in caso di solidarietà al 20 per cento, si ridurrà di fatto non a 800 ma a 960 euro, e il dipendente lavorerà solo 4 giorni alla settimana. A parte la paura per il cattivo andamento dell’azienda , non è un pessimo affare: di fatto la paga oraria aumenta. Da qui la prima zona d’ombra. La disponibilità di una simile ciambella di salvataggio sembra incentivare le aziende a denunciare con più disinvoltura gli esuberi. Al tavolo sindacale sarà più agevole un accordo che comporta, a spese dello Stato, risparmi per l’azienda con un sacrificio relativo per i lavoratori. Alcuni casi esemplari aiutano la riflessione. Al Sole 24 Ore, quotidiano economico controllato dalla Confindustria, dopo quattro anni di crisi che hanno comportato 140 milioni di perdita complessiva, l’azienda ha messo in solidarietà 400 giornalisti e 850 poligrafici e grafici. Il 18 aprile scorso il giornale ha scioperato per protesta contro il fatto che a fronte della situazione sopra descritta l’amministratore delegato Donatella Treu si fosse presa un bonus di 150 mila euro. Può un’azienda che chiede sacrifici ai dipendenti e sovvenzioni allo Stato premiare i manager? Da notare che spesso i manager, top e semi-top , sono premiati non per la crescita del fatturato o dei profitti, ma direttamente per il taglio dei costi, cosicché il contratto di solidarietà è spesso per i manager di arrotondare il proprio stipendio limando quello degli altri. Il caso del Sole 24 Ore è una pagliuzza rispetto alla trave Telecom. Il gruppo telefonico ha fatto scuola. Nell’estate del 2010 ha annunciato 3700 esuberi, nell’autunno seguente ha siglato un accordo di solidarietà per due anni che le ha consentito di risparmiare circa 80 milioni all’anno di costo del lavoro su un totale di 2,5 miliardi. Nella primavera di quest’anno ha riottenuto la solidarietà per 32 mila persone. In tutto questo lo Stato paga ai lavoratori l’80 per cento del salario perso, quindi almeno una sessantina di milioni all’anno (e qui noterete una discrepanza tra questo dato e quello del ministero del Lavoro sui 110 milioni spesi in cinque anni per tutti i contratto di solidarietà: purtroppo nessuno sembra in grado di fotografare esattamente le dimensioni economiche del fenomeno, i cui conti sembrano per lo Stato più inconoscibili del terzo segreto di Fatima). Ma se il contratto di solidarietà è una extrema ratio con cui imprese, lavoratori e contribuenti fronteggiano i drammi della crisi, perchè dare l’aiutino di 80 milioni a un gruppo che ha chiuso l’ultimo bilancio con oltre 1 miliardo di profitti dopo aver distribuito ai top manager premi per oltre 2 milioni di euro? È solidarietà con i lavoratori o con gli azionisti?
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